Cinerecensioni Horror:

Candyman
(franc'O'brain)

 

"Ma Candyman è solo una favola... come Dracula o il mostro di Frankenstein!"

Candyman (USA 1992) con Virginia Madsen, Tony Todd e Xander Berkeley. Regia: Bernard Rose

Candyman 2 - Farewell to the Flesh (USA 1995) con Kelly Rowan, Tony Todd. Regia: Bill Condon

Candyman 3: Day of the Dead (USA 1999). Regia: Turi Meyer


(I)

Nella prima parte, Virginia Madsen è costretta a pentirsi della sua incredulità divenendo un'arma nelle mani di Candyman. Il dolce tema musicale di Philip Glass (che fin da Koyannasqatsi viene annoverato tra i migliori compositori di colonne sonore in assoluto) accompagna magnificamente quello che è tra i film più riusciti degli anni 90, il cui messaggio vuol essere: l'orrore è dentro di noi!
Basato sul racconto "The Forbidden", di Clive Barker, il primo Candyman (il cui copione è stato scritto dallo stesso regista Bernard Rose) è un'ennesima prova che il cinema di genere ottiene i suoi migliori risultati quando attinge  dalla letteratura horror. La voce profonda, più seducente che spaventosa, dell'assassino-zombi che ci invita ad arrenderci a lui ("Come... Be Candyman's victim!") rimane impressa nella mente anche molto dopo aver visionato il film.

Ma chi è Candyman? È lo spirito di Daniel Robitaille, un gentleman negro che, innamoratosi di una giovane dell'alta società, viene terribilmente mutilato e ucciso da teppisti bianchi. A riapparire non è il suo spirito (che è, ovviamente, incorporeo) ma... il suo cadavere. Ha un uncino al posto della mano, ed è quella l'arma della follia.

In ogni storia di assassini seriali è d'uopo che scorra parecchio sangue e che si tiri in ballo l'aspetto psicologico del "mostro". La differenza tra giallo e horror è che nel primo la vittima incappa in un coltello o in una pallottola appena girato l'angolo, mentre nel secondo il Male attende (sotto forme spesso spaventose) dentro una casa dall'aspetto caduco, dentro una moderna stanza o... dentro la testa della stessa vittima.

In questo senso, il film di Bernard Rose è insieme giallo e horror. Candyman ha un potere tale da entrare nel subcoscio della protagonista, facendo sì che sia lei a perpetrare i terribili omicidi.

          Candyman

(II)

Le riprese più riuscite sono quelle nei bassifondi di Chicago, in cui abitano solo "coloured people" e le abitazioni appaiono come caverne post-industriali. Le pareti di quei miseri alloggi sono piene di graffiti e alcuni cessi risultano essere intasati da pezzi di cadaveri.
Tra i graffiti, ne leggiamo uno che recita: "Sweets for the sweet" (dolci per te, dolcezza), a due passi dal luogo di un atroce delitto.

Virginia Madsen insiste: "Ma Candyman è solo una favola..."

Certo. E molte favole rispecchiano le nostre ossessioni recondite. Ancora fino a trent'anni fa, in Italia la fede religiosa era accompagnata da riti superstiziosi che ricordavano molto da vicino la Magia Nera. E persino oggi, in una metropoli come Torino, sussistono credenze che fanno allibire gli studiosi di antropologia. (Ma anche loro, gli studiosi, potrebbero raccontarvi di avere una zia o una vicina di casa che assomiglia a una strega!)

La televisione, pur con tutti i difetti che la caratterizzano, ha se non altro contribuito ad educare la gente a una visione più realistica della vita. Rimangono tuttavia radicate in noi certe paure ancestrali, alimentate dai racconti di strani personaggi che incontriamo casualmente durante i nostri percorsi di vita. Dietro la facciata computerizzata, il Medio Evo proietta tuttora le sue ombre terrificanti. Mostri, streghe, diavoli e angeli si danno la mano in una giga fantasmagorica che tiene costantemente viva, a piccola fiamma, le nostra paura del diverso, dell'altro, dell'...Oltre.


(III)

La televisione è troppo casta - o lo è stata fino a poco tempo fa - per poter inserire elementi troppo spaventevoli nei suoi palinsesti d'intrattenimento. Sul grande schermo, invece, si scatena la spirale di violenza. Insetti e vermi, lame affilate, tranci di carne nuda ci vengono mostrati in tutta la loro allucinante chiarezza. Il cinema, sempre alla ricerca di temi sensazionalistici, ha innalzato l'horror a una forma d'arte; una forma d'arte discutibile quanto si vuole, ma che certamente - almeno nel caso di film ben fatti come Candyman - ha una sua funzione esorcizzante (e non ispiratrice, come sostengono molti sociologhi).

Candyman 2

Candyman: Farewell to the Flesh, di Bill Condon, esplora più da vicino i motivi per cui Daniel Robitaille venne trasformato in un mostro. (Lo ricordiamo: Daniel era un giovanotto di colore che, macchiatosi della colpa di  aver amato una ragazza bianca, viene catturato da alcuni razzisti che dapprima gli amputano una mano e poi, vicino a un alveare di api, gli cospargono il petto di miele.) Per evocare Candyman, bisogna pronunciare per cinque volte il suo nome davanti a uno specchio...
Stavolta la storia si svolge a New Orleans, durante il famoso carnevale che ogni anno si svolge in quella città (chi ha visto il mitico Easy Rider,   ricorderà la scena delle strade di New Orleans infestate da orrifiche maschere). Candyman 2 si apre con le sequenze di un ragazzo che viene scannato nel bagno; quindi prosegue, di scena in scena, tra uccisioni non meno orripilenti. I dialoghi sono un po' lagnosi (e "legnosi"), ma molti appassionati del genere considerano il seguito del primo  Candyman addirittura superiore a pellicole di successo quali Friday the 13th e Halloween.

Candyman 3

(IV)

Candyman 3 si avvicina invece già al trash horror: è un film decente ma non all'altezza dei primi due. Questa volta la protagonista è una pronipote di Candyman,  tormentata da incubi ancestrali. L'orrore vero e proprio inizia quando una sua amica, insiema al ragazzo pittore, insistono per rispolverare la leggenda di Daniel Robitaille. Quale tragico errore! Così facendo, i due rievocano lo spirito di Candyman. Vengono rinvenuti fatti a pezzi, e la protagonista (una splendida Kelly Rowan) se ne fugge in Mexico, dove si sta celebrando  uno speciale Giorno dei Morti...




Per concludere: come mai abbiamo tanto terrore dei morti? Una volta i cadaveri causavano pestilenze: da qui la lecita paura dei nostri antenati nei loro confronti. Ma oggi, in quest'epoca di spazi sterilizzati e di cimiteri circondati da alti recinti, perché li temiamo? Forse perché, a dispetto del presunto modernismo, non siamo ancora riusciti a varcare il confine tra follia e cose vere?

"Si dice che alcuni hanno preso uno spavento tale che i loro capelli si sono imbiancati di colpo."

Già. Ma perché? Che cosa avranno visto mai?
Gli incubi di morte sono tra le cose che accomunano tutti quanti noi. In fondo, siamo la stessa carne pulsante esposta a un freddo tombale; siamo la stessa materia che vivifica un'unica anima amorfa e senza destino.

Quando appare la parola "Fine", tiriamo un sospiro di sollievo. "È finito. È solo un film..." Ma all'improvviso cala una mannaia che spacca il nostro schermo mentale in un'esplosione di sangue e cartilagini.

... e parte la melodia infantile insieme ai titoli di coda.

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