GOETHE
La casa di Goethe a Weimar
"....und wer lebt, muß auf Wechsel gefaßt sein."
("...chi vive deve essere sempre pronto ai mutamenti.")
Indice:
Introduzione
_________1- Influssi
__________2 - Fughe e compromessi
___________3 - Il Cavalier nei labirinti dell'amore
Primi anni
Strasburgo (lo "Sturm und Drang")
Wetzlar: dove Goethe scrisse il Werther
I dolori del giovane Werther
La vita è una fuga (primo periodo a Weimar)
Viaggio in Italia (dal Brennero a Firenze)
Viaggio in Italia (fino in Sicilia e ritorno)
Weimar (secondo periodo)
L'amicizia con Schiller
Wilhelm Meister
Il Faust
Ultimi anni
La vita è una fuga (primo periodo a Weimar)
"Ci fu un tempo" disse Goethe "in cui lo studio della scienze naturali era molto poco sviluppato, tanto che molti credevano che in estate il cuculo fosse un cuculo mentre in inverno si trasformasse in uccello predatore".
J.P. Eckermann, Conversazioni con Goethe, lunedì 8 ottobre 1827
Sul finire del 1774, Goethe fu introdotto a casa Schönemann. Si stava svolgendo un concerto, e lo sguardo del giovanotto si magnetizzò immediatamente sulla sedicenne Lili, che sedeva al pianoforte. Inutile dire che fu subito amore.
A Belinda
Perché m'attiri irresistibile
ahimè, in quello splendore?
Non ero felice, io giovinetto,
nelle deserti notti?
Nel chiuso della mia stanzetta
giacevo al chiaro di luna,
nella luce di brivido avvolto,
e m'assopivo.
Sognavo ore piene e radiose
d'intangibile gioia!
Presago indovinavo la tua immagine
nel fondo del mio cuore.
Son ancora io che tra tanti lumi
tieni al tavolo da gioco?
Che sovente poni a fronte
di volti intollerabili?
Il fiorire di primavera nei campi
ora più non m'incanta;
dove sei tu, angelo, è bontà e amore,
dove sei tu, natura.
Sembra che la relazione di Goethe con questa ragazza, la bella Anna Elisabeth Schönemann, fosse felice. Ma, mentre i genitori del poeta speravano che, grazie a lei, il figlio mettesse finalmente "la testa a posto" e rimanesse a Francoforte, la famiglia di Lili non vedeva questa unione di buon occhio. C'è da aggiungere che Goethe temeva le ristrettezze di una vita borghese, di un'esistenza da consumare nella "beatitudine domestica". Cercò scampo da questi suoi dubbi compiendo un ennesimo viaggio: nel giugno del '75 fu in Svizzera, insieme ai due fratelli Stoltberg. Si trattò di una delle tante fughe con cui Wolfgang era solito sottrarsi alle avversità della vita, nel quadro di ciò che lui stesso più tardi avrebbe definito "entelechia".
Entelechia [greco], concetto della filosofia aristotelica che indica la differenza tra il reale (ente) e il possibile. L'entelechia è una possibilità collocata in uno specifico contesto reale.
"Lo scopo della vita è la vita stessa"
Da una lettera a Johanna Fahlmer, 5 giugno 1775: "Sono spesso all'aperto. Dormire mangiare bere fare un bagno cavalcare viaggiare, ecco il riassunto di un paio di giorni della mia vita."
Il mese dopo, al suo ritorno a Francoforte, Goethe apprese che Elisabeth
("Lili", "Belinda") era stata invitata dai suoi, una volta di più, a
rompere il fidanzamento, e che lei si era rifiutata di farlo.
Nel frattempo, il principe ereditario Carlo Augusto di Weimar,
.che Wolfgang
aveva incontrato durante il suo breve viaggio in Svizzera, lo invitò a
raggiungerlo alla corte di Weimar. Nel novembre del '75 il
poeta accettò l'offerta. Con questa decisione, sigillò la definitiva separazione da
Lili.
Anna Elisabeth
Schönemann (1758-1817)
Cara Lili, sei stata a lungo
Cara Lili, sei stata a lungo
tutta la gioia, tutto il mio canto;
adesso, ahimè, sei tutto il dolore,
e tutto il mio canto, ancora.
A un cuore d'oro che portava al collo
Tu, memoria di gioia dissolta
ch'io ancora porto al collo,
più a lungo ci leghi del vincolo dell'anima?
Prolunghi tu i giorni brevi dell'amore?
Fuggo da te, Lili! E, stretto al tuo laccio,
vado per terre straniere,
per valli e per selve remote!
Ah, il cuore di Lili non poteva
così presto staccarsi dal mio!
Come un uccello che spezza la corda
e fa ritorno al bosco,
lui porta con sé il marchio della prigione,
un pezzetto della sua corda:
non è l'antico uccello selvatico,
è già appartenuto a qualcuno.
Soprattutto la madre di Carlo Augusto, duchessa Anna Amalia, ci teneva parecchio ad avere a corte il ventiseienne e già famoso Johann Wolfgang Goethe. La nobildonna vedeva in lui un compagno ideale per il suo rampollo. Sebbene Carlo Augusto impersonificasse il classico dittatore, o forse proprio per questo (uno degli ideali dello Sturm und Drang era il Principe Illuminato), il giovane duca e il giovane poeta divennero buoni amici.
A dispetto dei numerosi ripensamenti e delle svariate frustrazioni, a Weimar Goethe
avrebbe trascorso il resto della sua vita, trasformando la cittadina in un importante
centro culturale ("età classica di Weimar"). I primi dieci anni furono per lui
un periodo di sviluppo intellettuale e di attività pratica, più che di feconda
produzione artistica. Scrisse i Wanderers Nachtlied e
Der Erlkönig ("Il re degli elfi"), il dramma Die Geschwister e
l'inno Harzreise im Winter; ma non trascurò le opere più importanti - ancora in
cantiere - che un giorno sarebbero servite a fare accrescere la sua popolarità: il Faust,
l'Ifigenia in Tauride, l'Egmont... Anche il "romanzo di
formazione" ("Bildungsroman") Wilhelm Meister, iniziato nel 1777,
era destinato a una lunga stagionatura.
Oltre a poter rivedere Herder (invitato a corte proprio per
voler suo), a Weimar Goethe conobbe C. M. Wieland e Friedrich Schiller. Il 'Musenhof' della duchessa Anna Amalia
era un ritrovo di letterati e di appassionati delle belle arti. Tra i tanti frequentatori
v'era anche Charlotte von Stein, donna dal
grande fascino, sposata (con suo grande rincrescimento) a un "comune" borghese.
A partire dal 1776, Goethe fu consigliere privato dei duchi di Weimar; nel 1779 fu chiamato a presidiare la Commissione dei Lavori Pubblici e per diversi anni si interessò della bonifica dei terreni e della riapertura delle miniere d'argento di Ilmenau. Ad un certo punto gli fu assegnata anche la massima carica al Ministero della Difesa, e in questo speciale incarico fu "uno dei pochi ministri della Difesa che dimezzarono volontariamente il proprio stipendio" (Boyle). Goethe dovette occuparsi di risanare le casse del piccolo Stato weimariano e di risolvere le delicate questioni diplomatiche originate dal conflitto tra la Prussia e l'Austria, conflitto dal quale il ducato di Weimar rischiava di venire risucchiato e addirittura annientato. (All'inizio del 1779, la Prussia pretese di reclutare soldati nel territorio turingio, da impiegare contro l'esercito austriaco). Ma gradualmente Goethe si distaccò da tutte queste pesanti responsabilità, stabilì più stretti contatti con l'Università di Jena e si applicò con maggiore impegno negli studi scientifici: botanica, osteologia, mineralogia e... la Teoria dei colori.
In epoche remote si riteneva che i colori fossero "luce del sole imprigionata" e che essi nascessero dal perenne "litigio" tra la luce e le tenebre. Fu Newton a sbugiardare queste credenze, basandosi su accurati esperimenti che erano avvalorati da calcoli matematici. Goethe, da parte sua, si sforzò di fondare una teoria dei colori che prescindesse dalla fisica newtoniana, affidandosi unicamente al proprio istinto: "Il colore è il dolore della luce". Gli occhi gli suggerivano che la luce bianca non poteva essere scomposta nei colori che la costituivano... Una simile fiducia nei propri sensi lo avrebbe poi portato a scoprire nel palato umano quelle suture che negli animali marchiano l'osso intermascellare. Finora, l'assenza dell'osso interascellare era stata considerata unica nel cranio umano. Questa scoperta, che per lungo tempo gli fu ufficialmente riconosciuta, conferma la fiducia di Goethe-uomo e di Goethe-scienziato nella omogeneità della natura.
"Quattro cose Goethe non poteva soffrire: occhiali, barbe, il fumo provocato dal tabacco e i cani. Credeva nella natura, in quella organica come in quella inorganica, nella natura con un'anima e in quella senza, e ciò si manifestava tra mille contraddizioni e non si può riassumere con un concetto, né tanto meno con una parola." (Walter Benjamin, Goethes Wahlverwandtschaften)
"Non basta conoscere, bisogna pure applicare queste conoscenze; non basta volere, bisogna pure agire." (J.W. Goethe, Wilhelm Meisters Wanderjahre)
"Quello che vivi è meglio di quello che scrivi." (Johann Heinrich Merck su Goethe)
"Molto spesso, nel corso della vita, nel mezzo della sicura certezza del cambiamento, ci accorgiamo all'improvviso di essere prigionieri di un errore, di esserci dedicati a persone e ad oggetti immaginando un rapporto con essi che all'occhio sveglio si rivela effimero; e tuttavia non possiamo distaccarcene, una forza misteriosa ci tiene legati ad essi. Poiché quel che conta è l'agire, può accadere che da una nostra azione errata scaturisca qualcosa di esatto, in quanto la conseguenza di ogni nostro atto si ripercuote all'infinito. Certamente, il massimo dell'azione è il gesto creativo, seppure anche la distruzione può condurre a risultati positivi." (J.W. Goethe, Über Kunst und Altertum, in: Maximen und Reflexionen)
All'inizio del 1776, Goethe comunicava con tono entusiastico a una sua parente di
Francoforte: "Un'anima invero magnifica è questa Frau von Stein, alla quale sono -
posso dirlo - saldamente legato."
Nel maggio dello stesso anno, il Principe dei Poeti scriveva da Weimar ad Auguste Contessa
di Stoltberg : "Ho pranzato con il Duca e poi sono andato dalla signora von Stein, un
angelo di donna... alla quale sono grato perché più di una volta ha placato il mio cuore
e alla quale devo alcuni dei miei momenti più felici."
Per oltre dieci anni la von Stein attrasse Goethe, lo allietò, lo tormentò. Ma anche altre persone poterono rendersi conto dell'affascinante personalità di Charlotte. Dopo il suo incontro con questa donna, avvenuto a Bad Pyrmont, il medico Johann Georg Zimmermann raccontò al suo amico Lavater: "Ha occhi neri, grandi, bellissimi. La sua voce è dolce e triste. Chiunque, nel vedere il suo viso per la prima volta, si accorge della sua serietà, della bontà, della compiacenza, della virtù dolorosa e della sua profonda sensibilità. Frau von Stein ha degli atteggiamenti da corte reale che nella sua persona si nobilitano in un'elevata semplicità... Ha circa trent'anni, molti figli ed è fragile di nervi. Le sue guance sono rosse, i capelli neri, la pelle italiana; e italiani sono anche i suoi occhi..."
Charlotte aveva visitato Bad Pyrmont - una celebre stazione termale - per rimettersi dalle fatiche del suo sesto parto. Ma già l'anno successivo dava al mondo il settimo figlio. Ben sette gravidanze in dieci anni di matrimonio: almeno in questo, la von Stein condivideva il destino di tante donne del suo tempo. Soltanto i tre figli maschi Karl, Ernst e Fritz vissero un po' più a lungo degli altri; il resto della prole morì poco dopo la nascita. Nel Diciottesimo secolo, la mortalità infantile era all'ordine del giorno, e per Charlotte rimanere incinta rappresentava una tragedia, anche perché ogni parto metteva a rischio la vita della stessa puerpera. Sette bambini, e tutti da un uomo che lei non amava...
Quando, nel 1764, Charlotte sposò Josias von Stein, stalliere della duchessa Anna
Amalia, tutti le dissero: "Sei fortunata, ragazza!" Josias von Stein aveva delle
proprietà fondiarie ed era notoriamente pio e di carattere buono: ciò significava che
non giocava a carte (un vizio che aveva mandato in rovina parecchi nobili), che non beveva
e che non picchiava mai la moglie. Ma lui e Charlotte non avevano alcun interesse in
comune - la grande passione di Herr von Stein erano i cavalli -, e molto presto la
consorte cominciò ad annoiarsi e mostrò di essere scontenta. A causa delle sue frequenti
gravidanze, Lotte non poteva partecipare alla vita sociale di Weimar così come avrebbe
voluto. Per questo leggeva molto, e al medico Zimmermann non mancò di confessare il suo
entusiasmo per I Dolori del Giovane Werther. Gli richiese notizie particolareggiate
dell'autore, e il dottore replicò:
"Volete che io Vi racconti di Goethe? Desiderate incontrarlo? Mia cara, povera amica!
Cercate di riflettere. Voi volete vederlo e ignorate fino a che punto questo gentile e
incantevole artista può essere rischioso! Una dama che lo conosce alquanto bene mi ha
riferito che Goethe è l'uomo più bello, più vivace, più originale, più passionevole,
più tempestoso, più dolce, più seducente e - per ogni cuore femminile - più pericoloso
che abbia mai incontrato."
Il 7 novembre 1775, il Fantastico arriva dunque a Weimar quale ospite del giovane duca Carlo Augusto. Progetta di rimanere in quella città per alcuni mesi... e vi rimarrà invece fino alla morte. Quasi come se prevedesse l'importanza che Weimar avrebbe ricoperto nella storia della Germania, le dedica questi versi: "O Weimar! Dir fiel ein besonders Los: / Wie Bethlehem in Juda, klein und groß!" ("O Weimar, a te toccò un destino speciale: / Come la Betlemme di Giudea, piccola e grande insieme!").
Charlotte von Stein era soltanto una delle numerose ammiratrici del poeta. Non bisogna
però pensare che Goethe fosse adorato da chiunque. Ottantenne, in uno dei suoi dialoghi
con Eckermann (fin dal 1823 suo segretario personale,
nonché buon amico), si espresse così: "So benissimo che io per molti sono come il
fumo negli occhi, e mi avrebbero liquidato volentieri senza pensarci due volte; poiché
non possono criticare il mio talento, criticano il mio carattere. A volte dicono che sono
troppo orgoglioso, a volte che sono un egoista, altre che provo invidia per i giovani
talenti... ecco che ora sono troppo fissato sui sensi umani e dunque non sono un buon
cristiano, ecco che ora non amo la mia patria e i compatrioti (...) Leggete la mia
tragedia Xenia e capirete come hanno cercato di inasprire la mia vita. Uno
scrittore tedesco, un martire tedesco! Sì, mio caro. Non vi troverete altro..." (15
marzo 1830)
E, in una sua poesia poco conosciuta: "Was helfen mir die
vielen guten Zeichen? / Des Vogels Tod, der Freundin schwarze Hand? / Der Mops von
Edelstein, hat er wohl seinesgleichen? / Und hat ihn nicht die Lampe mir gesandt? //
Entfernt vom süßen menschlichen Genusse, / Bin ich doch mit dem Jammer gut vertraut. /
Ach! warum steht der Tempel nicht am Flusse! / Ach! warum ist die Brücke nicht
gebaut!"
Inoltre, in una lettera a Zelter (6 giugno 1825): "Ma
ogni cosa, carissimo mio, oggi è 'ultra', ogni cosa si fa a poco a poco trascendentale,
sia nel pensiero che nell'azione. Nessuno più conosce se stesso, nessuno comprende
l'elemento in cui si ritrova a fluttuare e ad agire, nessuno ha confidenza con la materia
che si ritrova a lavorare. (...) I giovani vengono eccitati prematuramente per poi essere
risucchiati dal vortice del tempo. Ricchezza e velocità: ecco quello che il mondo ammira
e a cui tutti aspirano. Le ferrovie, le poste celeri, le navi a vapori e ogni tipo di
comodità nelle comunicazioni sono le cose in cui il mondo civile si specializza, in cui
vuole superarsi, in cui vuole istruire... e, di conseguenza, resta mediocre."
Goethe è grande anche perché la sua personalità non si può ridurre a poche espressioni-basi. Lui muta sempre, è continuamente produttivo, labile, pauroso, insolente... Finanche nella vecchiaia. Una volta - ad età avanzata - elogiò la "seconda pubertà" dei vecchi, osservando che "gli altri", invece, "sono giovani una sola volta". E' poco fidato, osceno, ingenuo, bisognoso d'amore, curioso... La frase d'apertura de I dolori del giovane Werther suona così: "Come son lieto di esser partito!" Queste parole devono essergli tornate in mente nel momento della morte, anche se i suoi biografi ci assicurano che la sua ultima sentenza sia state: "Mehr Licht! Mehr Licht!" (Più luce!)
Charlotte von Stein ha ben presto occasione di conoscere l'illustre forestiero, ma il
primo impatto suscita in lei una grande delusione: "Sento che io e Goethe non
diverremo mai amici. Anche la sua maniera di trattare le donne non mi aggrada punto. Lui
è quel che si dice, precisamente, un uomo coquet. Mai che presti
attenzione..." Goethe, circondato da tante dame di corte che lo venerano, flirta con
ciascuna di loro, anche se intrattiene rapporti più... concreti con ragazze del
villaggio. Quanto concreti non si sa bene: alcuni biografi datano la prima
vera esperienza sessuale del poeta al suo primo anno "italiano"... Comunque sia,
agli occhi dell'austera e tradizionalista Frau von Stein il modus vivendi di
Wolfgang è qualcosa di inaudito. Tuttavia, senza veramente volerlo, anche lei si sente
sempre più attratta dall'impetuoso artista. Gli amici di Charlotte notano che lei scrive
le sue lettere non più in francese, e Charlotte si ritrova a dover spiegare: "Grazie
al nostro caro Goethe, sono approdata alla lingua tedesca, come vedete, e per ciò gli
sono molto grata. Oh, che cosa riuscirà a fare ancora di me? Anche quando non è presente,
continua a gravitarmi tutt'intorno..."
Il ventisettenne Wolfgang si è infatuato della von Stein subito dopo il suo arrivo a
Weimar. Le rende visita ogni giorno, almeno quando lei è nella sua tenuta di campagna a
Grosskochberg (farsi vedere insieme in città sarebbe troppo rischioso). Ma che cosa gli
piace di questa donna, che è di sette anni più anziana di lui?
Intellettualmente, Charlotte von Stein non è un granché: ha ricevuto l'educazione e
l'istruzione superficiale di tutte le ragazze della nobiltà di provincia. Non è
bellissima, e le sue fattezze non corrispondono all'ideale di bellezza di Goethe, il quale
ha un debole per le bionde formose. Inoltre ha l'aria stanca, sembra già rassegnata,
quasi che abbia definitivamente voltato le spalle alla vita. Ma è una donna sposata:
questo particolare incoraggia il poeta ad allacciare un rapporto con lei. Goethe è, a
modo suo, è un libertino, e con una donna già sposata non deve temere sorprese spiacevoli...
Ma c'è dell'altro, ovviamente. Probabilmente il poeta ha capito che Frau von Stein è la
persona di cui lui ha maggiormente bisogno in questa fase della sua vita. Il carattere
cortese, distinto e distaccato di Charlotte non può che giovargli. E lei fa del suo
meglio per aiutarlo: diventa la sua consigliera, raffredda di continuo il suo impeto
giovanile (Sturm und Drang!), gli insegna a non essere testardo, a pazientare, lo
tiene a distanza. E' come una sorella severa e spietatamente dolce con il consanguineo
portato agli eccessi.
Johann Wolfgang e Charlotte si completano a vicenda: nella sua nuova funzione di
nutrice-amante, Charlotte è entrata nel ruolo che più le si adatta. Goethe comincerà
presto a scriverle lettere nel contempo tenere e infuocate, nelle quali, senza mezzi
termini, la prega di concederglisi. "Carissima, ieri sera mi son reso conto che non
voglio vedere nient'altro al mondo se non i Vostri occhi, e che nulla più desidero di
rimanere con Voi." Frau von Stein sussulta, rabbrividisce, e cerca di raffreddare i
bollenti spiriti del poeta: ha paura che la gente parli e sparli.
Gli replica: "Non posso vivere seguendo l'istinto, come fanno molti. Nell'oggetto che
tanto mi attira, io cerco la completezza - più grande è, meglio è."
E Wolfgang:
Ah, come rimani in me
Ah, come rimani in me
e io rimango in te!
No, nella verità
più non dispero.
Quando mi sei vicina
sento che amarti non devo;
ma quando sei lontana
sento che t'amo davvero.
La von Stein li chiamava "bigliettini", i messaggi che Goethe le inviava. Per evitare che i corrieri li leggessero, Wolfgang li piegava in maniera tutta particolare, fino a formare sulla carta un disegno che ricordava la casa delle api: una sola piega in più e il disegno si sarebbe rovinato. Tutte le poesie dedicate a Charlotte rimasero inedite fino a dopo la morte di Goethe (tra le altre, la famosa Warum gabst du uns die tiefen Blicke, scritta nel 1776 e pubblicata solo nel 1848).
Dopo numerose rinunce da parte della donna, Goethe sembra piegarsi alla volontà del destino. Nell'ottobre del 1776 le invia una lettera in cui la paragona alla Madonna, ugualmente intoccabile, e conclude: "E dunque adieu, amore!" Sul retro dello stesso foglio, Charlotte vergherà questi versi:
"Se è sbagliato quel che provo - / e se dovrò pagare per il desiderio che sì tanto covo, / la mia coscienza non me lo vuol rivelare; / o Cielo, distruggilo tu!, se di ciò mi si potrà accusare."
Charlotte "sente" che la sua stoica resistenza comincia a vacillare. In effetti, se consideriamo il suo modo di intendere la vita, lei ha superato già di gran lunga ogni limite... Ma Goethe è riuscito a ridare un senso ai suoi giorni, e lei non vuole smarrirlo. Dal 1775 al 1786 le riesce di averlo come amico. La sua durezza e rigidità anche nei propri confronti, il suo aspetto distinto, ma anche la gioia sottile che evidentemente prova nell'impartire ordini, è stata bene illustrata dal poeta nel Torquato Tasso, dove si può riconoscere Charlotte nella figura della principessa Leonora d'Este. (Il Tasso illustra l'infelice condizione di un poeta in una corte italiana; nessuno sospetta che quel poeta è lo stesso Goethe, e che la corte è a Weimar...)
Lui le scrive: "Caro angelo, stasera non verrò al concerto. Sto così bene da non voler vedere nessuno! Caro angelo, ho mandato un messo a ritirare la mia posta e mi è dispiaciuto molto di non trovare nessuna Vostra lettera, nessuna parola vergata con la matita, nessun augurio di 'buona sera'. Donna adorata, l'averVi tanto cara mi fa stare male. Se io mai dovessi affezionarmi a qualcuna più di quanto sono affezionato a Voi, ebbene, Voi sareste la prima a saperlo. Ma adesso voglio lasciarVi in pace. Adieu, Oro! Non potrete mai comprendere quanto Vi voglio bene.
G. Weimar, il 28 di gennaio 76."
Nel 1778, J.W. va per la prima volta a Heidelberg. Oltre alle sue puntatine a Jena e agli altri viaggi più o meno lunghi (il più lungo fu quello in Italia), Heidelberg rappresenta per lui un luogo dove riparare da quest'ennesima passione infelice. Vi si recherà in totale otto volte.
Passione infelice?
Nel marzo del 1781 Goethe fa recapitare alla von Stein una lettera in cui riassume i
cinque anni della loro relazione, e la esorta: "Continuate nella Vostra opera buona e
lasciate pure a me ogni legacciolo d'amore: amicizia, necessità, passione e abitudine mi
legano strettamente a Voi ogni giorno di più." Poco prima, il poeta aveva detto a
Lavater: "Anche il talismano di quel bell'amore con cui la St[ein] insaporisce la mia
vita fa molto. Lei è diventata per me - via via - madre, sorella e amante, e il nostro
legame è di quelli che si riscontrano nella natura."
Quando viene accettato nella loggia massone "Anna Amalia" e gli vengono
consegnati (secondo procedura) due paia di guanti, uno per l'uso nei rituali e l'altro,
come vogliono le regole della massoneria, da destinare alla donna "che più si
ammira", Goethe annuncia a Charlotte: "Questo è un piccolo, modesto regalo per
Voi. Ma è un dono che ha un significato particolare, in quanto lo si può porgere a una
sola donna e una volta sola nella vita."
A tratti si lamenta perché non c'è nessun sacramento attraverso cui poter dimostrare
pubblicamente quanto sia profondo il suo affetto per la von Stein. Ma naturalmente la sua
amica del cuore rimane vincolata al marito, ed entrambi sono quindi costretti ad
incontrarsi quasi alla chetichella.
E Josias von Stein? I rapporti di Goethe con il consorte di Charlotte sono più che ottimi: i due uomini si stimano e si rispettano. Insieme, intraprendono alcune spedizioni al seguito di Carlo Augusto, e durante queste trasferte il buon Josias fa recapitare alla moglie le sue lettere insieme a quelle che le scrive Goethe, affidandole allo stesso corriere (!). Josias von Stein conosce bene Lotte, e ha fiducia in lei.
Dal 1781 al 1786, la gratitudine e l'affetto di Goethe per Charlotte crescono ulteriormente. Goethe le confessa che lei ormai è l'unica donna che ama, poiché grazie a lei può mettere ordine alla sua vita e può discutere con lei su ogni argomento, rivelarle ogni suo pensiero nascosto, ecc. Ma a tratti Charlotte è capricciosa, suscettibile, e, quando si sente offesa per qualche motivo, Wolfgang deve impiegare anche delle settimane per riuscire a raddolcirla, e la bombarda di lettere spesso autoumilianti. Intanto, la società weimariana ritiene i due una coppia ideale. Anche i visitatori che giungono da lontano vogliono conoscere Charlotte von Stein, e tutti riconoscono i pregi di questa donna e al loro ritorno parleranno di lei con toni apprezzativi.
Nella primavera del 1786 giunge a Weimar la fidanzata ufficiale di Schiller: Charlotte von Kalb. Lei e la von Stein si erano conosciute dieci anni prima, e già allora la von Kalb era andata in sollucchero per la più anziana consorella. Charlotte von Stein era solita indossare abiti bianchi per sottolineare la sua distinzione, abiti pudici nel taglio e spesso chiusi in alto; pochi gli accessoires variegati con cui osava mostrarsi in pubblico. Nel 1776, alla ragazza erano piaciute particolarmente le scarpette rosa di Frau von Stein, tanto che ne fece fare poi diverse paia per sé e per le sue amiche, lanciando così quasi una nuova moda. Ora, dieci anni dopo, l'amante di Schiller osserva che in tutto questo tempo la von Stein non è affatto invecchiata, e si mostra contenta quando la donna le fa leggere alcune lettere e alcuni manoscritti di Goethe. Questa confidenza è un atto di coquetterie inusitato da parte dell'altrimenti "rigida" signora von Stein; probabilmente si tratta di una manifestazione di spontanea simpatia per questa personcina molto più giovane e molto più spregiudicata di lei. Oppure... Charlotte sente che Goethe le sfugge, che la sua felicità sta per giungere al termine. E che cosa fa una donna quando ha paura di perdere l'amore segreto? Solitamente "ufficializza" quest'amore. Ed è così che reagisce lei.
Goethe le si mostra sempre più ostico; è nervoso, inquieto. Le sue lettere suonano oltremodo strane: "Festosamente, cara Lotte, vorrei pregarVi di non ingigantire con la Vostra dolce parlantina la stima che nutro per Voi!" Weimar gli sta stretta, lo fa sentire a disagio, e la sola Charlotte non basta a mettergli le briglie. Charlotte comincia a lamentarsi presso amici e conoscenti per il silenzio e la scontrosità del poeta. Chiaramente, Wolfgang si è stancato della sua istruttrice-governante-precettrice, e nell'estate del 1786 intraprende in gran segreto il suo famoso viaggio in Italia. E' una fuga dai suoi doveri come ministro, ma anche - e non è la prima volta - da una donna: da Charlotte ("Lotte") von Stein.
Musica: Divertimento op. 40 di Mauro Giuliani (1781-1829)