GOETHE
Tischbein:
Goethe in der Campagna
"....und wer lebt, muß auf Wechsel gefaßt sein."
("...chi vive deve essere sempre pronto ai mutamenti.")
Indice:
Introduzione
_________1- Influssi
__________2 - Fughe e compromessi
___________3 - Il Cavalier nei labirinti dell'amore
Primi anni
Strasburgo (lo "Sturm und Drang")
Wetzlar: dove Goethe scrisse il Werther
I dolori del giovane Werther
La vita è una fuga (primo periodo a Weimar)
Viaggio in Italia (dal Brennero a Firenze)
Viaggio in Italia (fino in Sicilia e ritorno)
Weimar (secondo periodo)
L'amicizia con Schiller
Wilhelm Meister
Il Faust
Ultimi anni
Viaggio in Italia (dal Brennero a Firenze)
Chi vuol capire che
cos'è la poesia
Deve andare nella terra
della poesia;
Chi vuol capire i poeti
Deve andare nella terra
dei poeti.
Uno dei motivi che lo spinse a lasciare Weimar fu la necessità di nuove prospettive, di un nuovo "sguardo sul mondo" cui potersi basare per le sue opere future. Ormai sentiva di aver prevaricato le istanze dello Sturm und Drang; se non come uomo, almeno come artista. L'euforia di Jena (i suoi incontri con giovani intellettuali e poeti quali Fichte, Humboldt, Sophie Mereau, Hölderlin, Schiller...) durò solo una stagione: dal 1774 al 1775. Ma questo pur breve periodo (in cui videro la luce le Märchen di Goethe) influenzò tutti i componenti del gruppo. A Weimar Goethe era già un grande artista; anzi: il successo de I Dolori aveva fatto di lui l'unica attrazione turistica della città; tuttavia, il suo viaggio in Italia (il primo: 1786-88) fu decisivo per confermarlo - al mondo e a se stesso - "genio universale".
Dopo un colloquio col duca Carlo Augusto (che si mostrò alquanto contrariato ma che, tuttavia, accondiscese), Goethe partì in direzione Karlsbad (Boemia) il 3 settembre 1786. Da lì poi verso il Brennero, dove arrivò l'8 settembre.
Come si viaggiava nel Settecento
La carrozza sobbalza paurosamente. "Ihù!" grida il cocchiere incitando i
cavalli, e mena intanto colpi di frusta.
Nel Settecento, viaggiare comportava il dover sopportare vere torture fisiche. Christian
Friedrich von Lüder scrisse:
"Si dice le strade tedesche siano in ottimo stato, ma non è vero. Solo alcune di esse sono veramente agibili. I passeggeri soffrono, e tremano quando la carrozza passa accanto ai burroni. Ci sono torrenti da guadare, paludi inospitali... spesso non resta che scendere e proseguire a piedi" (1780).
Federico il Grande, il "Re Fritz" prussiano, lasciò peggiorare apposta lo
stato delle vie di comunicazione del suo regno: per rendere difficile l'avanzata di
eventuali truppe nemiche. I suoi sudditi, soprattutto i contadini, si rallegravano di
ciò. La regola era : "Tanto peggiori sono le strade, quanto più a lungo dovranno
rimanere i forestieri nei nostri paraggi; e, più a lungo rimangono, più soldi devono
sborsare".
La margravia di Bayreuth descrisse così un viaggio in quell'epoca:
"Mentre discendevamo una parete a picco, una ruota della carrozza si staccò dal suo asse. Se non fosse stato per il soccorso da parte di alcuni pastori, che frenarono la diligenza aggrappandosi alle sue ruote posteriori, saremmo precipitati nel baratro".
E Wolfgang Amadeus Mozart si lamentava col padre:
"...non si può chiudere occhio per un solo minuto. Queste carrozze ci strattonano fin dentro all'anima! E i sedili: duri come pietra! Da Wasserburg in poi, temevo che non sarei mai arrivato a Monaco di Baviera..."
Anche in Italia lo stato delle strade era pessimo. "La mattina del giorno fissato, dopo sette mesi di permanenza a Verona, caricati i bagagli necessari per una assenza non brevissima, salimmo in carrozza alla volta di Roma. Senonché, parve al Cielo che quello non fosse il giorno giusto per mettersi in viaggio, tant'è che, appena poche miglia fuori da Verona, la diligenza centrò in pieno una buca e si rovesciò disfacendosi completamente. [...] A casa, il Viola era furioso non solo con il padrone della diligenza, ma con gli operai che non controllavano le strade, con i preposti che non controllavano gli operai e con i magistrati che non controllavano i preposti." (Da: La Contessa Marianna, di Giuseppe Alù. Arnoldo Mondadori Editore, 1989.)
In Francia le cose andavano molto meglio. I grand chemins erano ben curati, accuratamente livellati col pietrisco. Ogni anno Luigi XV stanziava la somma di sei milioni di livres per la manutenzione di piste e ponti carrai. In questo modo le carrozze non si danneggiavano troppo in fretta e il commercio tra Parigi e Marsiglia fioriva. In Inghilterra la situazione era invece simile a quella tedesca. Il giramondo Arthur Young raccomandò: "Evitate le infernali piste di campagna come fossero il demonio".
In Germania e altrove, le carrozze dovevano seguire per legge degli itinerari fissi, passando non lontano da postazioni di gendarmi: per evitare eventuali rapine. Spesso i ladri bloccavano la strada con vari ostacoli, oppure segavano a bella posta le assi della diligenza durante una sosta. Attorno ai viaggiatori giravano come corvi i borsaioli, e il postiglione pretendeva dai passeggeri la mancia, altrimenti li trattava in malo modo. Nel prezzo della "corsa" erano compresi svariati dazi, quale la tassa per i ponti; spesso però sui fiumi non cera alcun ponte, e così dei furbi contadini costruirono enormi zattere con tavole di abete per traghettare sull'altra sponda cavalli, carrozza e viaggiatori: a pagamento, sintende. Nelle taverne ed osterie disseminate sulla pista, giocatori molto esperti (veri bari) sfidavano i forestieri per alleggerirli di buona parte della pecunia. Molte erano le cameriere che esercitavano un secondo mestiere: quello di entraineuse, come diremmo oggi usando del tatto. Julius von Rohr consigliava: "Non dare mai confidenza alle donne non sposate che ti rivolgono la parola alle stazioni postali, soprattutto se giovani e belle, perché ti faranno poi pagare a profusione i loro servigi."
Nel tanto decantato Sud, si recavano solitamente uomini alla ricerca di avventure galanti. Decantato Sud? Goethe era stato avvertito: "Sta' sempre all'erta! Nei boschetti si possono nascondere briganti. Tieni il fucile a portata di mano!"
Le Alpi erano sicuramente il tratto più faticoso. "I passeggeri devono spesso scendere per consentire ai cavalli di riposarsi e, a ogni ripida salita, spingere la carrozza (von Lüder). Ma, una volta superate le Alpi, ecco il "Giardino Italia"! Vigneti, alberi di frutta, distese di fiori... e un cielo straordinariamente azzurro. Nei centri urbani la gente era più vivace e allegra di quella delle città nordeuropee. Le spiagge erano splendide... e vuote. Vuote, sì, in quanto bagnanti ancora non ce nerano: saltuariamente, solo qualche italiano si "avventurava" a mare...
"Viaggiare
sarebbe meraviglioso, se non si dovesse poi tornare."
(Johann
Peter Eckermann, Gespräche mit Goethe)
In Italia Goethe trovò nuova vitalità e nuovi impulsi per lo spirito. L'Egmont, il Tasso, L'Ifigenia e il Faust (opere i cui protagonisti sono palesemente alter ego del poeta, e che diedero inizio alla cosiddetta età classica di Weimar), devono parecchio al suo viaggio "italiano"; e soprattutto al suo soggiorno a Roma, dove lui fu ospite del pittore Tischbein.
Sul ritratto fattogli dall'amico Goethe in der Campagna di Roma, scriverà: "E' un bel dipinto, ma troppo grande per le nostre ristrette abitazioni nordiche. Di certo tornerò a rifugiarmi lassù, e non ho nessun posto dove poter situare il quadro." (Italiänische Reise, 29 dicembre 1786)
In Italia, il trentasettenne "Volfango" non era propriamente alla ricerca dei
tesori dell'arte rinascimentale o del Barocco, ma di una specie di palliativo alla Grecia,
qualcosa che gli servisse da balsamo per la sua "mid-life crisis". Roma fu la
tappa che soddisfò più di ogni altra questa sua esigenza. Oltre a frequentare Tischbein,
nella caput mundi Goethe divenne amico dello scrittore K. Ph. Moritz e della
pittrice (allora celebre) Angelika Kauffmann. Sul ritratto che gli fece la Kauffmann
(1787-88), annotò: "Angelika mi dipinge, ma non ne esce un bel nulla. Le secca non
poco che il volto ivi raffigurato non abbia alcuna somiglianza con il mio. È di sicuro è
un bel personaggio, ma di me nessuna traccia".
In Italia Goethe poté trovare la via per lo stile classico della maturità: Iphigenie,
Torquato Tasso, il dramma Nausikaa (rimasto incompiuto). Ma l'opera più
direttamente legata al Belpaese rimangono le Elegie romane (1788-90, pubblicate nel
1795), una serie di dialoghi immaginari con i grandi cantori dell'Amore: Tibullo,
Properzio, Catullo.
"Anch'io in Arcadia!"
| Venezia, 28 settembre 1786. Era dunque scritto sulla pagina della mia vita, nel libro del Destino, che io, la sera del 28 settembre 1786, alle ore cinque secondo i nostri orologi, viaggiando lungo il Brenta e raggiungendo le lagune, dovessi subito scorgere questa meravigliosa città insulare, e posarvi il piede per visitare la "repubblica di castori".... ...Dirò solo poche parole sul mio itinerario da Padova fin qui. Il viaggio sul Brenta, su una nave a servizio pubblico in compagnia di persone davvero a modo, è risultato comodo e piacevole: fra di loro gli italiani sono cortesi e pieni di riguardi. Le rive del fiume sono costellate di giardini e ville; si vedono piccoli villaggi che sorgono quasi sul corso d'acqua, che per lunghi tratti è rasentato da una strada molto animata. |
Trento, Verona, Padova, Venezia, Bologna, Perugia... e più tardi Napoli e la Sicilia.
Nella Città Eterna il poeta giunge dopo aver dedicato alle bellezze di Firenze appena tre
ore. "C'è una sola Roma al mondo, e io mi ci trovo bene come un pesce dentro
l'acqua, e vi galleggio così come una palla di cannone galleggerebbe sul mercurio, mentre
in qualsiasi altro liquido essa colerebbe a picco. Niente offusca l'orizzonte dei miei
pensieri, fuorché il non poter condividere la mia felicità con quelli che amo. Ora il
cielo è stupendamente sereno, solo al mattino e alla sera scende su Roma un po' di
nebbia. Ma sui colli, ad Albano, a Castelgandolfo, a Frascati, dove la scorsa settimana
trascorsi tre giorni, l'aria è costantemente pura e limpida. Là si può studiare una
natura differente."
Un parco diventa "una vera e propria selva: alberi e sterpi, erbacce e tralci crescono a capriccio, seccano, cadono, marciscono. Il luogo antistante l'ingresso è molto bello: un'alta muraglia chiude la valle, una cancellata lascia penetrare lo sguardo e subito comincia il pendio del colle in cima a cui sorge il castello". (Genzano, Palazzo Chigi.)
Tuffandosi nell'ambiente classico e nella rigogliosa natura del Mediterraneo, Goethe si sentì rinascere. Viaggiava sotto falso nome perché non voleva essere riconosciuto. Dopo undici anni da ministro a Weimar, la situazione politica dei luoghi che andava visitando non sembrava interessarlo minimamente. In Italia desiderava solo rilassarsi e fare qualche settimana di vacanza. Invece, vi sarebbe rimasto ben due anni! Un periodo che lo segnò profondamente: dopo il suo ritorno a Weimar, egli non fu più un uomo politico, ma uomo di lettere, filosofo, ricercatore, studioso.
"Gli stranieri
sono lo specchio migliore in cui possiamo riconoscere noi stessi."
(Lettera
a Charlotte von Stein, 9 settembre 1793)
Questo "fuggiasco del Nord" arrivò a entusiasmarsi per il Palladio, eppure a Verona non pensò nemmeno di andare a visitare la tomba di Giulietta, interessandosi invece per l'Arena - autentica reliquia romana. A Venezia non ebbe quasi nulla da raccontare su San Marco e sul Palazzo dei Dogi... ma vi fece un'esperienza completamente nuova e straordinaria: per la prima volta in vita sua, vide il mare.

GOETHE ON THE BEACH
Dall'alto del campanile di San Marco fece spaziare lo sguardo sulla laguna e scorse,
oltre il Lido, la vasta distesa di acqua, mentre a Nord e ad Est si stagliava il profilo
delle Alpi. Era il 30 settembre del 1786. Pochi giorni dopo, il 5 ottobre, visitò
l'Arsenale, dove stavano costruendo una nave da guerra. Immediatamente si mise a
riflettere sul corso della storia. Ogni epoca moderna sembrava essere caratterizzata in
primis dal commercio e dallo sviluppo di nuove tecnologie; il fiorire delle arti aveva
sempre rappresentato un breve interludio: era accaduto nell'età rinascimentale ed era
accaduto anche durante il classicismo. Tra sé e sé, Goethe si mise a criticare il
proprio genitore per "l'istruzione sbagliata" che gli aveva impartito, e si
disse che, una volta tornato a Weimar, si sarebbe occupato con più intensità delle
materie scientifiche e delle loro applicazioni pratiche.
Il 6 ottobre fu al Lido, dove fece una lunga passeggiata in perfetta solitudine e raccolse
alcune conchiglie. Prima di allora non aveva mai udito il rumore delle onde che si
infrangevano sugli scogli.
Nel Nord Italia fu sospettato di essere una spia austriaca. Più tardi, a Messina, rischiò di finire in carcere per essere arrivato tardi al pranzo cui lo aveva invitato il console-tiranno di quella città. A Milano si innamorò di una donna dagli occhi azzurri: un amore sfumato però subito. Ad Assisi sembra che si sia limitato a rimirare il Tempio di Minerva. Nel frattempo disegnava, collezionava foglie, ramoscelli di pianta, pietre, frammenti di lava: posava per statue e per ritratti; studiava anatomia; discuteva di questioni etimologiche; arguiva sui meriti di Raffaello e su quelli di Michelangelo, e paragonava se stesso a... Ulisse. A Verona inventò un sistema per annunciare l'ora alla popolazione tramite le campane, e a Venezia si lambiccò il cervello su come sanare la "repubblica di castori". Ma andava sempre di fretta: due giorni in un posto, tre in un altro... La sua strada lo conduceva a Roma, dunque verso il classicismo e sempre più lontano dalle "follie gotiche". (Ora ironizzava su "i nostri santi che spenzolano dalle loro sporgenze di pietra, ammucchiati secondo la tecnica ornamentale del Gotico... le nostre piccole torri appuntite, i nostri fiori di ferro battuto...") L'antichità classica, con le sue linee nette e la sua sensuale idea di fondo, rappresentava per Goethe il perfetto equilibrio tra lo spirito e il corpo.
Roma fu l'apoteosi.
''Soltanto a Roma ho potuto ritrovare me stesso. Per la prima volta, mi sono sentito in
armonia con me stesso, felice, ragionevole...''
Musica: Graduale di Johann Georg Albrechtsberger (1736-1809)