Fughe e compromessi

                                               " 'Conosci te stesso'? Se conoscessi me stesso scapperei via."

                                           "Nessuno viene mai ingannato: ci si inganna da sé."

Tischbein: Goethe in via del Corso

Alle radici dell'umanesimo tedesco o Neuhumanismus, di cui Schiller fu l'altra grande stella, c'è il concetto dell'appartenenza dell'uomo a se stesso. Ma il mondo è instabile, contingente, relativo, forse una mera farsa degli dèi, e l'individuo, sia pure non autosufficiente, deve imparare ad adeguarsi e a schivare i mille ostacoli sul percorso.

Vogliamo ribadirlo: il romanticismo "classicista" di Goethe e Schiller non può essere degradato a sinonimo di moderazione; non può essere posto agli antipodi dello Sturm und Drang. Vi è, nella tematica delle loro opere, una certa risonanza trasgressiva che va a sposarsi con quell'aspirazione all'assoluto che si esercita nel linguaggio: un'ascesi linguistica parzialmente convenzionalizzata ma che, a ben guardare, travalica i dettami della loro epoca. In entrambi - Goethe e Schiller - si denota l'educazione al senso del limite, che si manifesta in oltranza demiurgica, nell'ordine delle parole. Ma sicuramente c'è più pathos nelle opere di Schiller che in quelle di Goethe. Effettivamente, l'idealismo schilleriano è più variamente interpretabile di quello di Goethe, la cui "veduta delle cose" è, al contrario, saldamente ancorata al Realismus. Soprattutto dai trentacinque-quarant'anni in poi, la personalità di Goethe si sviluppò in direzione antitragica, il poeta acquisì una certa flemma, la capacità di osservare le cose mantenendo un certo distacco, e proprio per questo il discorso fra lui e il mondo è ancora aperto e attuale. La maturità fa sì che il suo gesto creativo sia attuato con calma pindarica. Magari nell'intento primario, nell'impeto immediatamente successivo al lampo d'intuizione, ha il trasporto caratteristico dello Sturm und Drang; ma l'occhio rimane limpido e pacato.

Ad accomunare i due più grandi letterati tedeschi è, oltre al loro attaccamento per i temi classici, la disciplina semantico-sintattica. Questo non significa ovviamente che Goethe e Schiller pregiassero l'esprit du sérieux e disprezzassero il sano, rinfrescante dilettantismo che fece da sfondo a gran parte della letteratura (e della scienza!) del Settecento. Al contrario. Più di una volta Goethe dichiarò di reputarsi fondamentalmente un dilettante. E' dalle sue svariate letture, condotte spesso in modo disordinato - per curiosità, per voracità spirituale, più che per necessità -, che egli attinge la sua professionalità. D'altra parte, l'"uscire allo scoperto" con un'opera che predica se non una Verità quantomeno un eticismo (quanto sottomesso al contingente?) e che rivendica i valori più sinceri dell'"umanità", presuppone un grande rispetto per la Lingua letteraria. In Goethe ciò avviene sotto l'insegna di una chiarezza espressiva che cerca il suo pari. Si può benissimo affermare che il poeta di Francoforte, insieme a Schiller e a pochi altri esponenti del Neuhumanismus, abbia gettato le basi per il tedesco moderno.

A parte il Werther (risultato di un tour de force di quattro settimane e scritto senza uno schema prestabilito), ogni castello narrativo è sostenuto da una rigida intelaiatura. La tecnica di Goethe consisteva nell'erigere dapprima lo "scheletro" della costruzione e solo in un secondo momento scegliere le parole con le quali ricoprirlo. Come pensatore non era un sistematico, cioè non ordinò mai "matematicamente" la sua filosofia. E' accertato che, fin da ragazzo, Goethe odiò la matematica. I numeri sono forme immobili e "le forme immobili dicono di no alla vita. Formule e leggi matematiche spargono un'immobilità sopra il quadro della natura. I numeri uccidono. Essi sono i padri di Faust, che troneggiano nella più completa solitudine." Tuttavia, anche un matematico può arrivare a sentire in sé "la bellezza del vero". Nella fattispecie, Pitagora ed Euclide sono più prossimi al senso di "bellezza" di quanto non lo siano Leibniz e Newton. Goethe non rimase indifferente a certe ben riuscite figure e combinazioni matematiche. Sulla contabilità a partita doppia di Luca Pacioli (1494), scrisse: "E' una delle più belle scoperte dello spirito umano".

        "Fin da quando ho sentito dire che, in fin dei conti, ognuno di noi ha una propria religione, mi è sembrato logico crearmene una mia."

Goethe era forse antirazionalista? O fu fedele alla Logos? Era ateo o credente?

In primo luogo era poeta e uno scienziato. Non manca nelle sue opere - soprattutto in quelle in versi - l'intervento di ciò che Freud definisce l'unheimlich, ovvero l'"inquietante", il "sinistro", il "non-familiare"; elemento che non è necessariamente in relazione con il divino così come esso è concepito dalle religioni monoteiste. Ma sarebbe insensato affermare che egli fosse stato ateo, dato che nel suo sistema di valori giusto le divinità rappresentano i principi ispiratori dell'etica.
Gli dèi sono prototipi e proiezioni di altrettanti topoi umani. E, come vuole la mitologia classica, possono essere miopi e fallaci; inoltre è accertato che sono   capricciosi. Ergo: gli dèi determinano ogni azione umana... in maniera irrazionale.
Il trascendentalismo di Goethe tende verso un discreto panteismo, con una punta di determinismo à la Marco Aurelio. E' la stessa contrapposizione magia-fede che conosciamo attraverso il conflitto interiore di Enrico Faust. Per forza di cose, la conoscenza umana è parecchio limitata.

La presenza del sovrannaturale può ancora essere intuita dal nostro pensiero; ma come si spiega l'oltre-naturale?

Goethe gioca volentieri con il fantastico (o immaginario), e non solo nel Faust. (Un esempio ne è la sua poesia sul Re degli elfi.) Ma persino il fantastico - per quanto trascendentale - si sottopone al giogo della disciplina, della chiarezza strutturale della lingua. Così, l'ineffabile goethiano ha alla fin fine ben poco di inquietante, presentandosi come un dato di fatto credibile, più vicino alla coscienza che non al sogno. Tali Unheimlichkeiten restano comunque qualcosa di innaturale che avviene "fuori" del soggetto, nella dimensione del non-io. Sono altro, sono ombra; sono alieni persino a Dio, il quale, essendo intuibile, è con la natura ed è la natura, è con l'uomo e dentro l'uomo - è, in una parola, vivo. A Eckermann , J.W. Goethe scrisse: "L'afflato divino è efficace dove c'è vita, non dove c'è morte."

                     "Quando si comincia a riflettere sulla propria condizione fisica o spirituale, di solito si finisce con l'ammalarci."

                                                                                                                          

Musica: Inno alla gioia dalla Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven (1770-1827)